GRUPPO DEL PARTITO POPOLARE EUROPEO                                            PARLAMENTO EUROPEO

(DEMOCRATICI-CRISTIANI) E DEMOCRATICI EUROPEI

Delegazione Italiana  FORZA ITALIA - P

Ufficio di Roma

 

 

 

 

                                                       

 

 

 

 

EUROINFORMAZIONI

 

 

PER PICCOLA E MEDIA IMPRESA - INDUSTRIA - COMMERCIO  ARTIGIANATO - SERVIZI - ENTI TERRITORIALI LOCALI

 

 

 

 

BREVI DALL’EUROPA

DAL PARLAMENTO EUROPEO

DALLE ALTRE ISTITUZIONI DELL'UE

RECEPIMENTO LEGISLAZIONE UE

DALLA GAZZETTA UFFICIALE (GUCE)

BANDI - INVITI - AVVISI

EUROCOOPERAZIONI - RICERCA PARTNERS

 

 

22 Febbraio 2007

n° 146

 

Lettera informativa della Delegazione Italiana Forza Italia - P del Gruppo PPE/DE

_____________________________________________________________________________


GRUPPO PPE/DE - Delegazione Italiana di FORZA ITALIA - P

Ufficio di Roma

 

 

 

 

“EUROINFORMAZIONI”

per la Piccola e Media Impresa- Industria - Commmercio - Artigianato

Servizi - Enti Territoriali Locali

 

Con informazioni ricavate da pubblicazioni ufficiali delle Istituzioni Europee

 

 

 

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Con questa "lettera" si intende fornire un servizio informativo rivolto a tutti i cittadini ed in particolare a chi riveste cariche istituzionali, a chi lavora nel settore delle Piccole e Medie Imprese, dell’Industria, del Commercio, dell’Artigianato, dei Servizi e degli Enti Territoriali Locali in cui l’informazione “Europa” risulta essere di vitale importanza.

Viste le gravi carenze esistenti in Italia nel settore, si autorizza e si auspica la riproduzione e l’ulteriore diffusione di queste note informative. Operare nella nuova “dimensione europea” è oggi infatti una necessità per la sopravvivenza e la crescita di ogni attività sociale ed imprenditoriale.

 

 

 

 

EUROINFORMAZIONI E’ ANCHE SU INTERNET:

 

http://www.euroinformazioni.org

 

 

 

 

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Si ringraziano tutti coloro che direttamente o indirettamente contribuiscono alla realizzazione di questa lettera informativa ed in particolare l’Eurosportello Veneto del Centro Estero delle Camere di Commercio del Veneto per la preziosa e diretta collaborazione.

 


 

BREVI DALL'EUROPA

 

 

 

 

IVA UE, VECCHIE NORME IN PENSIONE

 

Dal 1° gennaio 2007 è entrata in vigore il nuovo codice dell’Iva nei paesi della Comunità europea.

Si tratta della direttiva 2006/112/CE del 28 novembre 2006 pubblicata nella Guue n. 347 dell’11 dicembre 2006. Con questo nuovo Testo Unico si pone in opera una ripartizione molto più dettagliata delle varie disposizioni precedentemente accorpate in articoli estremamente lunghi e complessi.

Non mancano, comunque, le innovazioni che il Consiglio europeo ha ritenuto indispensabili per il miglioramento del sistema e che dovranno essere recepite dagli Stati membri entro il 1° gennaio 2008.

Particolare interesse riveste la disciplina della territorialità di determinate prestazioni di servizi di intermediazione, fra cui quelle relative alla compravendita di beni mobili, sulle quali vi è stata finora incertezza in merito al corretto criterio di individuazione del luogo dell’operazione. Nell’art. 44 della nuova direttiva viene al riguardo stabilito che le prestazioni rese dagli intermediari si considerano localizzate nel luogo in cui è effettuata l’operazione intermediata per cui l’intermediazione che si riferisce a una transazione avvenuta al di fuori della Comunità è extraterritoriale; tuttavia, le prestazioni rese in ambito comunitario si considerano effettuate nel paese membro nel quale è identificato il committente.

Da segnalare, inoltre, la disposizione del paragrafo 3 dell’articolo 2, secondo cui sono considerati prodotti soggetti ad accisa i prodotti energetici, l’alcol e le bevande alcoliche e i tabacchi lavorati, come definiti dalle disposizioni comunitarie, ma non il gas fornito dal sistema di distribuzione del gas naturale e l’energia elettrica.

 

 

 

LA COMMISSIONE PROSEGUE L'INFORMAZIONE SUL 7° PROGRAMMA QUADRO DI RICERCA E SVILUPPO

 

Prosegue l'attività di informazione della Commissione sul 7° Programma quadro di Ricerca e Sviluppo per spiegare il funzionamento di questo programma di 54 miliardi di euro centrato principalmente sulla ricerca e sviluppo industriale. La Commissione ha lanciato prima di Natale un primo pacchetto di inviti a presentare proposte per dare il colpo d’avvio al programma  e per dare un segnale forte all’Europa della ricerca avanzata.

I tre quinti della dotazione finanziaria del 7° PQRS saranno dedicati ad attività di ricerca e sviluppo in cooperazione con i centri di ricerca, le imprese e le università. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) riceveranno 9,1 miliardi di euro. Al secondo posto la salute con 6 miliardi di euro per le biotecnologia, la ricerca traslativa e l’ottimizzazione delle cure. Seguono i trasporti con 4,1 mil. di euro per l’aeronautica, trasporti di superficie sostenibili e sostegno a Galileo e EGNOS. Le nano-scienze riceveranno una dotazione di 3,5 mil di euro per la pila a combustibile, le energie rinnovabili, la cattura del Co2, le tecnologie di stoccaggio, carbone pulito e risparmi energetici. Alimentazione, agricoltura e biotecnologie beneficiano di 1,9 mil. di euro per la gestione durevole delle risorse, la sicurezza alimentare e il miglioramento delle colture. Un importo equivalente andrà all’ambiente per il cambiamento climatico, la gestione sostenibile delle risorse, le eco-tecnologie e l’osservazione della terra. Le scienze socio economiche e umane riceveranno 610 milioni di euro. Una dotazione di 4,7 mil. di euro permetterà di sostenere la mobilità dei ricercatori e lo sviluppo delle carriere scientifiche nell’UE. Il resto dei fondi è diviso tra le infrastrutture di ricerca (1,8 miliardi), le piccole e medie imprese (1,3 miliardi), le regioni della conoscenza (126 miliardi), lo sviluppo del potenziale di ricerca nelle regioni di convergenza e lo sviluppo coerente delle politiche di ricerca (70 miliardi) e la cooperazione internazionale (185 miliardi).

 

 

 

LA COMMISSIONE INCORAGGIA GLI INCENTIVI FISCALI A FAVORE DELLA RICERCA

 

La Commissione europea ha adottato una comunicazione sull’uso più efficace degli incentivi fiscali in favore della ricerca e dello sviluppo per incentivare gli investimenti in questo settore, rafforzare la crescita occupazionale e la crescita economica in Europa.

Gli incentivi fiscali in materia di R&S che interessano un gruppo o un settore particolare sono suscettibili di essere un aiuto di Stato e devono essere compatibili con le regole comunitarie applicabili agli aiuti di Stato. La Commissione fornisce ugualmente dei principi direttivi secondo i quali gli incentivi fiscali devono essere facilmente accessibili a un ampio cerchio di imprese, comportare delle regole semplici e degli oneri amministrativi e di conformità ridotti, prevedere delle regole di valutazione, essere messe in opera in tempo debito in modo efficace e prevedibile.

 

 

 

SITUAZIONE DELLA RICERCA NELL'UE PER IL 2005

 

L’ufficio statistico Eurostat ha raccolto i dati relativi alle spese per la ricerca nell’Unione europea.

Nel 2005, l’UE-27 ha speso poco più di 200 milioni di € ai sensi della ricerca e dello sviluppo (R&S). L’intensità di R&S (misurata in percentuale sul PIL) è stata del 1,84%, invariata rispetto al 2004. L’intensità di R&S è rimasta inferiore nell’UE-27 a quella delle altre grandi economie, aggiunge Eurostat. Nel 2004, le spese di R&S rappresentavano il 2,68% del PIL negli Stati Uniti e il 3,18% in Giappone, mentre raggiungevano l’1,34% in Cina nel 2005. In termini reali, le spese di R&S nell’UE-27 sono aumentate in media di 1,5% l’anno tra il 2001 e il 2005, contro l’1,7% negli Stati Uniti e il 2% in Giappone tra il 2001 e il 2004. Nel 2004, il settore delle imprese ha finanziato il 55% delle spese globali di R&S dell’UE-27, mentre ha contribuito per il 64% negli Stati Uniti, il 75% in Giappone e il 66% in Cina.

Nel 2005, gli investimenti in ricerca più elevati degli Stati membri sono stati riscontrati in Svezia (3,86% del PIL) e in Finlandia (3,48%), seguite da Germania (2,51%), Danimarca (2,44%), Austria (2,36%) e Francia (2,13%). Gli investimenti più deboli riguardano la Romania (0,39% nel 2004), Cipro (0,40%), la Bulgaria (0,50%) e la Slovacchia (0,51).

Nel corso del periodo 2001-2005, i tassi di crescita annuali medi delle spese in R&S in termini reali hanno subito una variazione tra +18% in Lettonia, +17% in Estonia, +15% a Cipro, +11% in Lituania, e -2% in Belgio e  Slovenia e -1% in Slovacchia.

Nell’EU-27, è il settore delle imprese che finanzia la quota più elevata di spese di R&S (55%), seguito dall’amministrazione pubblica (35%) e da fonti di finanziamento provenienti dall’estero (8%).

Tra gli Stati membri, la parte delle spese di R&S finanziate dalle imprese è stata più elevata in Lussemburgo (80%), seguito da Finlandia (69%), Germania (67%), Svezia (65%), Belgio e Danimarca (60% ognuno). In tre Stati membri, il contributo delle imprese è stata solo del 20% o meno: Malta e Cipro (19% ognuno) e la Lituania (20%), precisa infine Eurostat.

 

 

 


 

DAL PARLAMENTO EUROPEO

 

 

Tutti i documenti approvati sono disponibili

per n° di documento o per data di approvazione sul sito: http.www.europarl.eu.int/activities/expert/ta/search.do?language=IT

 

 

BRUXELLES  -  MINISESSIONE  31 GENNAIO - 01 FEBBRAIO 2007

 

 

DIRITTI UMANI

 

 

MORATORIA UNIVERSALE SULLA PENA DI MORTE, SUBITO

Docc. B6-0032, 0033, 0034, 0035, 0036/2007

 

Risoluzione comune sull'iniziativa a favore della moratoria universale in materia di pena di morte

Procedura: Risoluzione comune - Dibattito: 31.1.2007 - Votazione: 1.2.2007

 

Nel sostenere l'iniziativa italiana, il Parlamento sollecita una risoluzione ONU a favore di un'immediata e incondizionata moratoria universale sulle esecuzioni capitali. Reputando che l'abolizione della pena di morte contribuisca a rafforzare la dignità dell'uomo, chiede quindi agli Stati membri e alle istituzioni dell'UE di fare il possibile per promuovere tale proposta all'Assemblea generale. Condanna poi l'esecuzione di Saddam Hussein e «lo sfruttamento mediatico della sua impiccagione».

 

Con 591 voti favorevoli, 45 contrari e 31 astensioni, il Parlamento ha adottato una risoluzione comune (sostenuta da PPE/DE, PSE, ALDE/ADLE, Verdi/ALE e GUE/NGL) con la quale ribadisce la sua posizione contro la pena di morte «in tutti i casi e in tutte le circostanze» ed esprime nuovamente il proprio convincimento secondo il quale «l'abolizione della pena di morte contribuisce a rafforzare la dignità dell'uomo e al progressivo sviluppo dei diritti dell'uomo».

Il Parlamento, pertanto, chiede che sia applicata «immediatamente e senza condizioni» una moratoria universale sulle esecuzioni, per giungere all'abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Sollecita quindi una risoluzione in questo senso dell'attuale Assemblea generale delle Nazioni Unite, che il Segretario generale delle Nazioni Unite dovrebbe poter controllare nella sua applicazione effettiva. In tale contesto, sostiene «fermamente» l'iniziativa della Camera dei deputati e del governo italiani, appoggiata dal Consiglio e dalla Commissione UE nonché dal Consiglio d'Europa e invita la Presidenza UE ad adottare con urgenza un'opportuna azione per garantire che tale risoluzione sia presentata in tempi brevi all'attuale Assemblea generale ONU.

Inoltre, i deputati sollecitano le istituzioni e gli Stati membri UE a fare quanto possibile, politicamente e diplomaticamente, per garantire il successo di questa risoluzione in seno all'attuale Assemblea generale delle Nazioni Unite. Esortano poi vivamente tutti gli Stati membri UE a ratificare senza indugio il secondo protocollo opzionale alla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, volto alla completa abolizione della pena di morte. Al riguardo, ricordano anche che l'abolizione della pena di morte «è un valore fondamentale dell'Unione europea e un requisito per i paesi che chiedono di aderire all'UE».

Il Parlamento, pur osservando che prosegue la tendenza verso l'abolizione della pena di morte a livello mondiale, si dice vivamente preoccupato del fatto che esistono tuttora, o sono state reintrodotte, legislazioni nazionali in decine di paesi del mondo che prevedono la pena capitale e comportano ogni anno l'esecuzione di migliaia di esseri umani. In proposito, i deputati condannano l'esecuzione di Saddam Hussein e «lo sfruttamento mediatico della sua impiccagione» e deplorano il metodo con cui è stata effettuata.

 

L'Assemblea ha inoltre approvato la seguente relazione:

-       Doc. B6-0021/2007 - Risoluzione del Parlamento sulla situazione dei diritti umani dei Dalit in India

 

 

 

SANITÀ PUBBLICA

 

 

OBESITÀ: PIÙ FRUTTA, VERDURA E SPORT, NO ALLA "FAT TAX"

Doc. A6-0450/2006

 

Relazione su "Promuovere le diete sane e l'attività fisica: una dimensione europea nella prevenzione di sovrappeso, obesità e malattie croniche"

Procedura: Iniziativa - Dibattito: 31.1.2007 - Votazione: 1.2.2007

 

Campagne di informazione, etichette chiare sugli alimenti, rilancio del consumo di frutta e verdura, progetti di ricerca, educativi e sportivi. Ma anche cibi biologici nelle mense scolastiche e modifica o adozione di norme che incidono sulla salute, come quelle in materia di pubblicità sugli alimenti destinati ai bambini. E’ questa la ricetta del Parlamento per affrontare il problema dell'obesità nell’UE, ammonendo però contro lo «zelo eccessivo» e sottolineando il ruolo dei nutrizionisti.

 

Adottando con 620 voti favorevoli, 24 contrari e 14 astensioni la relazione, il Parlamento chiede che la lotta all'obesità «venga ormai considerata una priorità politica dell'Unione europea e dei suoi Stati membri», e ne sottolinea il carattere multifattoriale «che richiede un approccio globale ai diversi settori d'intervento». Compiacendosi poi dell'impegno della Commissione a favore di un'alimentazione sana, dell'attività fisica e della lotta all'obesità e alle principali patologie collegate all'alimentazione, i deputati si rammaricano «profondamente» del fatto che l'obesità colpisca un numero sempre crescente di persone e che, se questa tendenza dovesse persistere, le conseguenze in termini di salute pubblica, evitabili con misure adeguate, «saranno incalcolabili».

Nota infatti che, nell'Unione europea, il numero di persone affette da obesità è drasticamente aumentato nel corso degli ultimi 30 anni e circa il 27% degli uomini e il 38% delle donne sono oggi considerati persone obese o in sovrappeso. L’obesità colpisce anche più di cinque milioni di bambini, mentre il suo tasso di crescita, con circa 300.000 nuovi casi ogni anno, «è allarmante». Il costo delle malattie legate ai problemi di sovrappeso, è stimato fra il 4 e il 7% della spesa complessiva degli Stati membri in materia di sanità.

Il Parlamento appoggia senza riserve l'avvio, nel marzo 2005, della Piattaforma d'azione europea sulla dieta, l'attività fisica e la salute e accoglie con soddisfazione il dialogo permanente avviato con i diversi settori industriali, le autorità degli Stati membri e le ONG da parte dei servizi della Commissione. E, compiacendosi degli impegni volontari già proposti dai soggetti che partecipano alla Piattaforma, chiede alla Commissione di presentare quanto prima in un Libro bianco misure concrete volte a ridurre il numero di persone in sovrappeso e obese al più tardi dal 2015.

Raccomanda poi agli Stati membri di riconoscere ufficialmente l'obesità come malattia cronica, «in modo da evitare qualsiasi forma di stigmatizzazione e discriminazione delle persone obese, e di garantire che esse possano ricevere cure adeguate nell'ambito dei rispettivi servizi sanitari nazionali».

INDUSTRIA

 

 

VERSO UNO STATUTO EUROPEO DELLE PMI

Doc. A6-0434/2006

 

Relazione recante raccomandazioni alla Commissione sullo statuto della società privata europea

Procedura: Iniziativa - Dibattito: 1.2.2007 - Votazione: 1.2.2007

 

Il Parlamento sollecita la definizione di uno statuto della società privata europea (SPE) al fine, soprattutto, di agevolare le piccole e medie imprese europee nelle loro attività transfrontaliere. Al riguardo formula una serie di raccomandazioni che riguardano, tra le altre cose, la strutturazione della forma societaria, il capitale iniziale, l'organizzazione e le responsabilità degli amministratori. Per i deputati, alle SPE dovrebbe applicarsi in via esclusiva la normativa UE.

 

L’esigenza di uno statuto della società privata europea è stata di recente espressa in occasione di un’audizione della commissione giuridica del Parlamento, che ha avuto luogo il 22 giugno 2006. Secondo i deputati, questo statuto potrebbe infatti offrire alle piccole e medie imprese europee una forma giuridica societaria capace di agevolare le loro attività transfrontaliere. Adottando la relazione il Parlamento  chiede alla Commissione europea di sottoporre al Parlamento, nel corso del 2007, una proposta legislativa sullo statuto della SPE che sia in linea con una serie di raccomandazioni indicate dai deputati.

La relazione puntualizza che, mentre la società europea per azioni (SE) interessa il segmento delle grandi società di capitali, la SPE si rivolge alle piccole e medie imprese. Secondo i deputati la fase di elaborazione della statuto della SE si è rivelata lunga e complicata e il mercato non ha ancora adottato tale modello quale forma giuridica per le società per azioni. A loro parere, uno dei motivi di tale situazione è che la SE non rappresenta una forma giuridica unitaria a livello europeo, ma i molteplici rinvii al diritto nazionale l’hanno resa «un’opera incompiuta, aumentando l’incertezza giuridica e determinando ripercussioni negative sui costi». Lo statuto della SPE, secondo i deputati, dovrebbe evitare tali inconvenienti.

In merito alla strutturazione della forma societaria, il Parlamento ritiene che lo statuto della SPE dovrebbe «contenere il più possibile norme comunitarie, rinunciare a riferimenti alle legislazioni nazionali ed essere pertanto ideato come uno statuto uniforme ed organico». Raccomanda, quindi, che alla SPE siano applicate, «in via esclusiva», le disposizioni di diritto societario previste dal regolamento sullo statuto della SPE, sottraendo i settori di diritto societario disciplinati in tale regolamento dalla sfera normativa degli Stati membri. Ciò - è spiegato - vale in particolare per la natura giuridica, la capacità giuridica e la capacità d'agire, la costituzione, la trasformazione e lo scioglimento, la denominazione o la ragione sociale e per quanto riguarda la governance in generale.

Riguardo alle modalità di costituzione, il Parlamento ritiene che la SPE dovrebbe poter essere creata ex-novo, o a partire da una società esistente, o a seguito di una fusione tra società o ancora nell'ambito di una società sussidiaria comune. Inoltre, la società privata europea dovrebbe poter essere trasformata in società europea. Il capitale iniziale della SPE, suggerisce poi il Parlamento, dovrebbe essere ripartito in quote, con un determinato valore nominale, mentre il capitale minimo dovrebbe essere pari a 10.000 euro. E' anche precisato che tale capitale minimo, determinando l'entità della responsabilità dei soci, non deve essere necessariamente versato.

Il Parlamento propone poi che la SPE abbia almeno un amministratore e che gli amministratori vengano nominati con decisione dei soci o nell'Atto costitutivo. Su di essi, inoltre, non deve gravare alcuna interdizione emessa da un tribunale o da un'autorità amministrativa di uno Stato membro all'assunzione di questa funzione. L'amministratore o gli amministratori, è anche raccomandato, devono essere responsabili singolarmente o come debitori solidali nei confronti della società, di tutti gli atti contrari alle disposizioni di diritto civile o penale applicabili alla società. E' poi precisato che gli organi societari dovrebbero essere responsabili come debitori solidali per il danno che viene causato alla SPE in caso di riduzione del capitale.

In materia di rendicontazione, il Parlamento ritiene che la SPE dovrebbe sottostare alle norme armonizzate di rendiconti annuali contenute in due direttive comunitarie. Sulla possibilità di trasformazione, raccomanda che a una SPE sia consentito di procedere a fusioni, trasferimento di sede, scissione e cambiamento di forma in una società anonima europea, sempre nell'ambito di una legislazione comunitaria già armonizzata. Dovrebbe inoltre essere consentita la trasformazione di società nazionali in SPE, «mantenendo i vigenti diritti dei lavoratori».

Infine, l'ultima raccomandazione riguarda gli amministratori delle SPE, i quali dovrebbero essere tenuti, in presenza di uno stato di insolvenza, a sollecitare «senza colpevoli esitazioni» (entro e non oltre tre settimane) l'avvio di una procedura fallimentare. In caso di inadempimento a tale obbligo, secondo i deputati, dovrebbero rispondere direttamente ed in solido ai creditori che abbiano subito un danno.

 

L'Assemblea ha inoltre approvato la seguente relazione:

-       Doc. A6-0470/2006 - Risoluzione del Parlamento sulla proposta di decisione del Consiglio relativa alla firma dell'accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e la Repubblica di Corea

 

 

 

COMMERCIO ESTERO/INTERNAZIONALE

 

 

RINEGOZIAZIONE DELL'ACCORDO SUGLI APPALTI PUBBLICI INTERNAZIONALI

 

Interrogazione orale sulla rinegoziazione dell'Accordo sugli appalti pubblici

Procedura: Interrogazione orale - Dibattito: 1.2.2007

 

Un'interrogazione orale alla Commissione ha aperto un dibattito in Aula in merito ai negoziati per la definizione di un nuovo accordo plurilaterale sugli appalti pubblici. La commissione per il commercio internazionale sollecita informazioni sull'offerta presentata dall'UE in questo ambito nonché una valutazione dell'impatto dell'Accordo per le imprese europee. I deputati chiedono anche di essere informati quando, e a quali condizioni, la Cina ne diventerà parte contraente.

 

L'Accordo plurilaterale sugli appalti pubblici (Government Procurement Agreement, GPA), stipulato nell'ambito dell'OMC, è entrato in vigore il 1° gennaio 1996. Secondo i deputati della commissione per il commercio internazionale, benché limitato nei suoi scopi e nel numero di contraenti (36), tale accordo ha un ruolo essenziale nell'aprire, quanto più possibile, il mercato degli appalti pubblici (beni, servizi e contratti di costruzione) alla concorrenza straniera e assicurare condizioni trasparenti, giuste e non discriminatorie ai privati che partecipano alle gare d'appalto.

Il GPA è stato oggetto di revisione per anni, con l'intento di migliorarne le disposizioni ed estenderlo il più possibile a tutte le parti sulla base della mutua reciprocità. In questo contesto, vengono attualmente esaminati alcuni emendamenti all'accordo e a Ginevra è in corso un procedimento di domanda e offerta in previsione di una conclusione nei primi mesi del 2007.

Nell'interrogazione orale, i deputati chiedono alla Commissione di spiegare quali siano state le priorità dell'UE in questa rinegoziazione e se pensa che questi obiettivi saranno raggiunti, ma anche di indicare le offerte e quali domande ha presentato ai partner negoziali a nome dell'UE e di illustrare in che misura avrà luogo un'ulteriore apertura dei mercati degli appalti pubblici UE alla concorrenza straniera come risultato di questa rinegoziazione.

La Commissione è poi invitata a chiarire se ritiene che il GPA sia un accordo equilibrato e se, nei mercati stranieri degli appalti pubblici, in particolare in quelli dei nostri maggiori partner commerciali, le aziende comunitarie beneficino di un livello di accesso proporzionato all'apertura del mercato degli appalti pubblici UE alla competizione straniera. E' poi sollecitata a indicare se, nell'ambito della rinegoziazione del GPA in corso, sono state intraprese azioni specifiche per garantire un migliore accesso ai mercati degli appalti pubblici per le piccole e medie imprese europee.

Inoltre, i deputati chiedono alla Commissione di indicare come i recenti orientamenti stabiliti nella comunicazione "Europa globale" condizioneranno i negoziati in corso ed a comunicare quando, e a quali condizioni, la Cina diventerà parte contraente del GPA e, più in generale, quali sono le prospettive di un allargamento geografico di tale accordo ad altri paesi. Infine, la Commissione è invitata a indicare le misure che intende adottare per garantire che la rinegoziazione del GPA rispetti pienamente gli interessi dei paesi in via di sviluppo qualora desiderino partecipare a tale accordo.

 

Nel dibattito è intervenuto STEFANO ZAPPALA' (PPE/DE-I):

 

Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi congratulo con il collega Varela Suanzes-Carpegna e lo ringrazio per aver presentato la sua interrogazione, che ci ha dato modo di affrontare il tema in questione. Io sono stato relatore in questo Parlamento sulla riforma degli appalti, forniture e servizi, nella fattispecie le direttive 17 e 18.

Anche se il tempo è brevissimo, credo sia opportuno ricordare i termini del problema. Nella direttiva 18, ossia la direttiva generale sugli appalti, come ho sentito da alcuni interventi stamattina, il Parlamento ha tenuto in grande considerazione i problemi ambientali, il sistema ammodernato degli appalti per via elettronica, il mondo del sociale, la questione delle soglie e credo quindi che disponiamo di una normativa che è certamente eccezionale, ma che in ogni caso non riguarda l'argomento di questa mattina.

Il problema sollevato è completamente diverso: è in corso la revisione di un negoziato internazionale che vede i paesi dell'Unione europea - e quindi le imprese dell'Unione europea - svantaggiati rispetto ad altri. Qual è il problema? Nel 1994 e negli anni successivi, in campo internazionale, mediante accordi plurilaterali, furono previsti ben altri tipi di attività. Gli Stati Uniti, la Cina e altri paesi godono in realtà di privilegi di cui non godono le imprese dell'Unione europea. Oggi questo sistema è oggetto di una revisione ma occorre stabilirne le modalità di revisione, perché i soli Stati Uniti d'America - lo rammento a me stesso ma anche ai colleghi - svolgono un'attività produttiva che sfiora i 200 miliardi di dollari l'anno, una somma che però resta all'interno degli Stati Uniti.

Il punto è che, mentre tutti possono venire a lavorare in Europa, le nostre piccole e medie imprese non possono andare a lavorare nel resto del mondo. Gli accordi del GPA (Government Procurement Agreement ) sono, tra gli altri, accordi che prevedono l'esclusione dell'accesso delle imprese europee all'interno del sistema internazionale.

Quale scelta è dunque possibile oggi? Per quanto mi risulta, la Commissione ritiene che, abolendo i privilegi degli altri, si possa competere nuovamente in un sistema di parità. Non è così. Io credo che sia invece necessario proteggere le piccole e medie imprese europee, assicurando loro all'interno dell'Unione europea, e quindi nei confronti dell'Unione europea, gli stessi privilegi di cui oggi godono le piccole e medie imprese degli Stati Uniti e di altri paesi del mondo.

Pertanto, non solo ringrazio il collega Varela Suanzes-Carpegna, ma sono dell'avviso che la tesi sostenuta dalla Francia in questo momento in seno al Consiglio sia sicuramente da favorire e da agevolare rispetto alla posizione della Commissione europea.

 

L'Assemblea ha inoltre approvato la seguente relazione:

-       Doc. A6-0472/2006 - Risoluzione legislativa del Parlamento sulla proposta di decisione del Consiglio sulla posizione della Comunità riguardo al progetto di regolamento della Commissione economica per l'Europa delle Nazioni Unite concernente l'omologazione dei veicoli a motore in riferimento al campo al campo di visibilità anteriore del conducente

-       Doc. A6-0473/2006 - Risoluzione legislativa del Parlamento sulla proposta di decisione del Consiglio sulla posizione della Comunità riguardo al progetto di regolamento della commissione economica per l'Europa delle Nazioni Unite concernente l'omologazione dei dispositivi di separazione destinati a proteggere i passeggeri dallo spostamento dei bagagli, forniti al di fuori della dotazione d'origine dei veicoli

 

 

 

ISTITUZIONI

 

 

RINNOVO DELLE COMMISSIONI PARLAMENTARI E ELEZIONE DEGLI UFFICI DI PRESIDENZA

 

Proposte della Conferenza dei presidenti - Nomine nelle commissioni parlamentari

Votazione: 31.1.2007

 

Nell'ambito del consueto turn over che si realizza ogni metà legislatura, il Parlamento ha adottato una decisione sulla composizione delle commissioni parlamentari e delle sottocommissioni. A margine della Plenaria, ogni commissione ha poi eletto il proprio Presidente e i quattro vicepresidenti. Due sono i deputati italiani che hanno ottenuto la presidenza e nove quelli che sono stati eletti vicepresidenti.

 

Sulla base di una proposta della Conferenza dei Presidenti dei gruppi politici, il Parlamento ha approvato la composizione nominativa delle venti commissioni permanenti e delle due sottocommissioni. Le riunioni costitutive di questi organi parlamentari, ossia l'elezione del Presidente e dei quattro vicepresidenti di ogni commissione, hanno avuto luogo a margine della seduta il 31 gennaio e il 1° febbraio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ALTRI DOCUMENTI APPROVATI

 

DIRITTI DELLE DONNE/PARI OPPORTUNITÁ

-        Doc. A6-0416/2006 - Relazione sulla discriminazione nei confronti di giovani donne e ragazze nel settore dell'istruzione

Il Parlamento chiede maggiore impegno per promuovere le pari opportunità delle donne nella società, anche grazie all'istruzione. Sono quindi sollecitate misure per incentivare le madri a proseguire gli studi, per eliminare ogni discriminazione - anche salariale - nelle carriere e per conciliare meglio vita familiare e professionale. Va poi  garantita un'adeguata istruzione alle immigrate, rifiutando ogni relativismo culturale e religioso che possa violare i loro diritti fondamentali.

 

SVILUPPO

-        Doc. A6-0325/2006 - Risoluzione del Parlamento europeo sulle relazioni dell'UE con le isole del Pacifico - Una strategia per un partenariato rafforzato

-        Doc. A6-0474/2006 - Risoluzione del Parlamento europeo sull'integrazione della sostenibilità nelle politiche di cooperazione allo sviluppo

 

GIURIDICA

-        Doc. A6-0405/2006 - Risoluzione del Parlamento europeo recante raccomandazioni alla Commissione sui termini di prescrizione nelle controversie transfrontaliere concernenti lesioni personali e incidenti mortali

 

PESCA

-       Doc. A6-0477/2006 - Risoluzione legislativa del Parlamento sulla proposta di regolamento del Consiglio relativo alla conclusione di un Accordo di partenariato nel settore della pesca tra la Comunità europea e la Repubblica del Gabon

 

BILANCIO

-       Doc. A6-0010/2007 - Risoluzione legislativa del Parlamento sul progetto di bilancio rettificato n. 1/2007 dell'Unione europea per l'esercizio 2007: accordo risultante dal trilogo del 28 novembre 2006 - Fondi strutturali, Fondo europeo per la pesca, Fondo europeo per gli investimenti e Centro comune di ricerca, sezione III - Commissione

 

 

 


 

DAL PARLAMENTO EUROPEO

 

 

Tutti i documenti approvati sono disponibili

per n° di documento o per data di approvazione sul sito: http.www.europarl.eu.int/activities/expert/ta/search.do?language=IT

 

 

STRASBURGO  -  SESSIONE  12 - 15 FEBBRAIO 2007

 

 

ISTITUZIONI

 

 

IL PRESIDENTE NAPOLITANO AL PARLAMENTO:

"E' TEMPO PER L'EUROPA DI USCIRE DALL'IMPASSE"

 

Seduta solenne Italia - Allocuzione di Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica italiana - 14.2.2007

 

Nel rivolgersi all'Aula, il Presidente Napolitano ha sottolineato il ruolo propulsivo del Parlamento a favore di una sempre più intensa integrazione dell'Europa, a partire dal progetto di Altiero Spinelli. Ammonendo sui rischi di una riapertura del negoziato sul Trattato costituzionale, ha espresso l'auspicio che alle elezioni del 2009 esso sia già in vigore. Nell'assicurare che l'Italia "farà la sua parte", ha evidenziato l'esigenza di spiegare meglio ai cittadini i vantaggi della Costituzione.

 

Il Presidente POETTERING, in italiano, ha introdotto il Capo dello Stato sottolineando l'immenso piacere nell'accoglierlo al Parlamento europeo «che lei conosce così bene per esserne stato membro attivo e rispettato». Lei, ha proseguito, «ha guidato con saggezza ed efficacia, la commissione affari costituzionali del nostro Parlamento, mostrando una convinta fede europeista che mantiene intatta nella Sua attuale funzione di Capo dello Stato italiano». Dopo aver rivolto un saluto alla consorte del Presidente presenta in tribuna, ha anche salutato tutti coloro che, dall'Italia, seguono l'evento in diretta televisiva nonché gli studenti e i docenti che in molte Università italiane sono collegati con il Parlamento europeo via satellite nell'ambito del progetto "Verso la Costituzione europea".

Passando al tedesco, il Presidente ha affermato che, a 50 anni dalla firma dei Trattati di Roma, il Capo dello Stato italiano «rappresenta il ruolo importante dell'Italia nel processo di unificazione», portando avanti le tradizioni di Alcide De Gasperi. «Da Roma si va verso Roma», ha aggiunto sottolineando che anche altre città italiane sono state al centro della costruzione europea. La Conferenza di Messina del 1955, ha infatti ricordato, ha portato due anni dopo alla firma dei Trattati di Roma. «L'Italia è stata e rimane uno dei pilastri fondamentali del processo d'integrazione europea», ha concluso parlando nuovamente in italiano, e dicendosi fiducioso nell'impegno personale del Presidente e del suo Paese «per consentire a questo processo di riprendere ad avanzare con passo spedito».

 

Intervento del Presidente Giorgio Napolitano - La Costituzione non è morta

 

Signor Presidente,

la ringrazio vivamente per le cortesi e amichevoli espressioni che ha rivolto a me e all'Italia. Esse rispecchiano il nostro comune sentire e operare nel periodo della più stretta collaborazione tra noi. Collaborammo, nei rispettivi ruoli, soprattutto per far nascere quel Trattato costituzionale a cui lei ora rinnova un convinto sostegno. Le ricambio dunque sentimenti di sincera stima e di fervido augurio all’inizio del suo importante mandato.

 

Signor Presidente Pöttering,

Signor Vice-Presidente della Commissione,

Signor Rappresentante del Consiglio,

Signore e Signori deputati,

 

Ritorno in questo emiciclo con lo stesso sentimento di appartenenza che mi ha animato negli anni del mio impegno in Parlamento europeo. Appartenenza all’istituzione parlamentare e appartenenza all’Europa. Sono stato per più decenni membro del Parlamento nazionale del mio paese, ma mi sono subito sentito a mio agio nell’assolvere il mandato di eletto in questa assemblea quando sono stato chiamato a farne parte. Nessun disagio, perché il Parlamento europeo, almeno dal 1979, ha la stessa dignità, autorità e legittimità democratica di qualsiasi Parlamento liberamente eletto. Nessuna contraddizione, perché ho sempre creduto e credo che tra Parlamenti nazionali e Parlamento europeo non debba esservi incomprensione e antagonismo, ma solo rispetto reciproco e feconda cooperazione.

E, soprattutto, sono sempre stato convinto che si possano ben rappresentare le ragioni e gli interessi del proprio paese nel Parlamento europeo come nel Parlamento nazionale: qui, nelle aule di Strasburgo e di Bruxelles, secondo una visione più ampia di problemi e di scelte che anche nell’interesse delle nostre comunità nazionali debbono concepirsi in una dimensione europea. Quel che unisce noi tutti è appunto il senso dell’appartenenza all’Europa come patrimonio comune di valori e di idee, di tradizioni e di speranze, e come progetto di costruzione di un nuovo soggetto politico e istituzionale che possa far fronte alle sfide dell’epoca in cui viviamo e del prevedibile futuro.

Così si spiega il dato peculiare dell’esperienza che si compie nel Parlamento europeo: dove agiscono rappresentanze politiche che non obbediscono a logiche nazionali ristrette e divergenti, e che possono certo dividersi su questioni anche importanti, in votazioni certamente significative, ma convergono in assai larga misura nella visione dei fondamentali obbiettivi da perseguire al fine di rafforzare la costruzione dell’Europa unita.

Quando - com’è accaduto tante volte nel corso dei decenni - si è trattato di scegliere tra l’andare più avanti, il rendere più ampia e forte l’unità europea, o il segnare il passo e addirittura il tornare indietro, il Parlamento europeo ha sempre svolto un ruolo propulsivo, si è pronunciato nettamente, con maggioranze larghissime, per far progredire la costruzione comune, per allargarne l’orizzonte e le ambizioni.

In effetti, già a partire dal grande fatto nuovo dell’elezione, nel 1979, del Parlamento europeo a suffragio universale, la strada della parlamentarizzazione e della costituzionalizzazione dell’Unione era apparsa una prospettiva obbligata, al fine di rafforzare le basi democratiche del processo d’integrazione, di garantire i diritti e le possibilità di partecipazione dei cittadini. In quel senso si mosse il Parlamento europeo approvando il 14 febbraio 1984 - precisamente 23 anni fa - il Progetto di Trattato che istituiva l’Unione europea. Quel Progetto elaborato e discusso per impulso di Altiero Spinelli purtroppo non divenne Trattato; e nonostante il lungo e non infecondo cammino successivo, spesso ispirato alle proposte dello stesso progetto Spinelli, rimasero aperte molte questioni, e ne sorsero di nuove.

Così, quando al momento della firma del deludente Trattato di Nizza, i governi convennero sulla necessità di affrontare i grandi temi dell’avvenire dell’Europa e di aprire un vero e proprio processo costituente, il Parlamento si impegnò fino in fondo a dare il suo contributo, collaborando alla ricerca di soluzioni soddisfacenti di fronte agli interrogativi indicati nella Dichiarazione di Laeken del dicembre 2001.

Il Parlamento europeo può essere fiero del ruolo propulsivo svolto più che mai in quella fase e in special modo nella Convenzione di Bruxelles, nei suoi gruppi di lavoro, nelle sue sedute plenarie e nel suo Presidium.

 

Signori deputati, 2001, 2002, 2003: in quegli anni non ci fu pausa, ci fu sul serio riflessione, autentica e profonda riflessione. E quel che quindi si consegnò alla Conferenza Intergovernativa per le decisioni finali fu un materiale molto ricco di analisi, un testo lungamente meditato e discusso. Il risultato fu certamente un compromesso, ma non di basso livello: si trovò un terreno d’incontro tra punti di vista diversi, ciascuna parte - anche il Parlamento europeo - sacrificò in qualche misura le sue richieste e proposte, pur di giungere a un’intesa che facesse comunque avanzare la causa dell’unità e dell’integrazione europea.

Ebbene, signori deputati, si può forse oggi dichiarare con leggerezza che quel Trattato - non a caso chiamato “costituzionale” - è morto? Che quello straordinario e prolungato sforzo politico e culturale è destinato a finire nel nulla? Che le firme di 27 Capi di Stato o di governo in calce a quel testo non hanno più valore?

Naturalmente, sappiamo benissimo quale trauma abbia rappresentato il voto contrario alla ratifica del Trattato costituzionale nei referendum indetti in due dei sei paesi fondatori della Comunità europea. E sappiamo egualmente quali questioni ci ponga il diffondersi, anche in altri paesi, di dubbi e scetticismi sulla strada da seguire in Europa, sullo stato attuale e sulle prospettive dell’Unione europea.

In realtà, si stanno pagando le conseguenze di uno scarso sforzo per associare i cittadini alle grandi scelte dell’integrazione e unificazione europea, per diffondere nelle opinioni pubbliche di tutti i paesi la consapevolezza degli straordinari risultati e progressi conseguiti in cinquant’anni e delle nuove, sempre più pressanti esigenze di rafforzamento dell’Unione europea, della sua coesione e della sua capacità d’azione.

Tutto questo peraltro non può condurre a una sottovalutazione delle ragioni del Trattato costituzionale sottoscritto a Roma nell’ottobre 2004, e nemmeno delle soluzioni in esso contenute. Queste hanno già costituito delle concrete anche se parziali risposte - che bisogna far meglio conoscere e apprezzare - alle sollecitazioni dei cittadini, compresa quella per una maggiore trasparenza e democrazia nell’Unione.

Se nel complesso il Trattato costituzionale ha costituito un felice punto d’incontro, va ricordato che in un buon compromesso si tengono insieme sia l’accoglimento di certi punti di vista sia la rinuncia ad altri. Non lo si dimentichi nel momento in cui si parla di rimettere le mani sul testo del 2004: nessuno può pensare di spostare a vantaggio delle proprie tesi l’equilibrio del compromesso raggiunto. Aprire un nuovo negoziato può significare aprire un vaso di Pandora, correre il rischio di ripartire da zero, avviare un confronto dai risultati e dai tempi imprevedibili.

Diciotto dei ventisette Stati membri hanno ratificato il Trattato, in rappresentanza di 275 milioni di cittadini europei: essi meritano rispetto per aver mantenuto l’impegno sottoscritto a Roma. E’ ben chiaro, s’intende, che vanno considerate con rispetto anche le maggioranze espressesi in senso contrario nei referendum francese e olandese, e che vanno perciò perseguiti tutti i chiarimenti possibili in ordine alle preoccupazioni da cui sono scaturiti quei pronunciamenti contrari.

Ma è tempo per l’Europa di uscire dall’impasse. E non si può seriamente sostenere che l’Unione non abbia bisogno - dopo il grande allargamento - di una ridefinizione del quadro d’insieme dei suoi valori e  dei suoi obbiettivi e di una riforma dei suoi assetti istituzionali. Lavorare a un progetto di Costituzione per l’Europa non ha rappresentato un esercizio formalistico, non ha rappresentato un capriccio o un lusso: ha corrisposto a una profonda necessità dell’Europa nell’attuale momento storico.

 

Né si può proporre oggi come visione e strategia alternativa quella dell’Europa dei progetti o dei risultati. Certo, è ben vero che negli ultimi due anni l’Unione non è rimasta ferma. Essa ha dato la maggior prova di quel che potrebbe rappresentare sulla scena internazionale quando è riuscita a esprimersi con una sola voce sulla guerra in Libano, promuovendo una nuova e impegnativa missione per la pace in quella regione e in tutto il Medio Oriente. Accanto a questa rinnovata iniziativa politica, si può iscrivere all’attivo del bilancio di questo periodo la definizione, con il sostanziale contributo dato dal Parlamento europeo grazie ai poteri della procedura di codecisione, di alcune importanti direttive e dell’accordo per un sia pur limitato rafforzamento delle magre prospettive finanziarie 2007-2013.

Ma sulla strada dei risultati, signori deputati, con l’attuale quadro istituzionale non si può andare molto lontano. E’ certamente importante elaborare e prospettare le linee di nuove politiche comuni: come ha di recente fatto la Commissione per i problemi dell’ambiente e dell’energia, esplosi ormai in tutta la loro acutezza col cambiamento climatico e con le tensioni per l’approvvigionamento di petrolio e di gas. Sappiamo tuttavia per lunga esperienza che documenti, comunicazioni e anche proposte legislative della Commissione possono sfociare in scarsi risultati o in solo lentissimi progressi: ce lo dice ad esempio il così stentato cammino di molti anni verso una politica europea dell’immigrazione.

Sappiamo egualmente come alla nascita della moneta unica non sia seguita la governance economica che sarebbe stata necessaria anche per assicurare l’effettivo conseguimento degli obbiettivi formulati nel grande progetto della strategia di Lisbona.

E allora, che cosa è decisivo per rendere vitali i progetti e per far crescere sul serio un’Europa dei risultati? E’ decisiva la forza delle istituzioni e dell’impegno politico. E’ decisivo per l’Unione dotarsi di istituzioni più forti delle resistenze opposte da quegli Stati membri che restano più chiusi nella difesa di anacronistiche prerogative e di velleitarie presunzioni nazionali.

Il Trattato costituzionale ha sgombrato il campo da ogni timore o sospetto di svolta verso un superStato centralizzato: ha sancito più nettamente la ripartizione delle competenze e garantito il rispetto del principio di sussidiarietà. Si può piuttosto sostenere che abbia innovato troppo poco per adeguare regole di funzionamento e procedure di decisione alla sfida dell’Unione allargata, e troppo poco per avviare le nuove politiche comuni di cui c’è bisogno.

 

Con il Trattato costituzionale, i più decisi passi avanti si sono compiuti in direzione di una politica estera e di sicurezza comune, di un effettivo spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, di una cooperazione strutturata nel campo della difesa e di una cooperazione rafforzata in altri campi. Ma se si aprisse un nuovo negoziato e da qualche parte si rimettessero in questione tali innovazioni, a cominciare dall’istituzione di un ministro degli affari esteri europeo e di un servizio europeo per l’azione esterna, si può esser certi che da altre parti verrebbe richiesto piuttosto il completamento o l’integrazione del Trattato del 2004 con nuove, più coraggiose e coerenti scelte per lo sviluppo del processo di integrazione. Verrebbe ad esempio comprensibilmente riproposta l’esigenza di una maggiore estensione dell’area delle decisioni a maggioranza in seno al Consiglio: anche perché il superamento della regola dell’unanimità e del diritto di veto non esclude, e anzi favorisce la ricerca di larghe intese, il raggiungimento in tempi rapidi di accordi accettabili.

Ed egualmente sarebbe di nuovo avanzata - riaprendosi il negoziato - la proposta di superamento del vincolo dell’unanimità per le future riforme dei Trattati e per la loro entrata in vigore.

Occorre dunque grande realismo da tutte le parti. Realismo e insieme determinazione per non far prevalere la tendenza, che ancora una volta si manifesta, a indebolire e annacquare la scelta che più di cinquant’anni orsono venne compiuta. Si scelse allora la prospettiva di un’Europa capace di integrarsi, una e plurale, ricca nelle sue diversità, consapevole del suo comune retaggio di civiltà, forte nel combinare la cooperazione tra governi nazionali con una nuova dimensione sovranazionale.

Stiamo per celebrare il cinquantenario dei Trattati di Roma, ed è importante cogliere l’occasione per confermare quella prospettiva e quella scelta, rendendone chiare le nuove ragioni e le nuove ambizioni.

 

Ma è a Parigi che già nel 1950 nacque “l’invenzione comunitaria”, con la quale si giunse a delineare l’orizzonte più lontano della Federazione europea, degli Stati Uniti d’Europa. Ed è da Parigi che oggi attendiamo con fiducia un responsabile apporto al superamento della crisi che si è aperta con la mancata ratifica del Trattato del 2004. L’amica Francia ha un senso così alto del suo ruolo nell’Europa e nel mondo, che non ci farà mancare questo suo ormai decisivo apporto.

Signor Presidente, Signori deputati, ho richiamato la vostra attenzione su alcuni elementi essenziali del quadro in cui si collocano le decisioni da prendere nel prossimo futuro, senza entrare nel merito delle molteplici ipotesi che si sono di recente affacciate sul piano giuridico, tecnico e politico, nella ricerca di una via d’uscita dall’impasse istituzionale. L’Italia guarda con piena fiducia all’impegno della Presidenza tedesca, per i principi e i valori cui il Cancelliere, Signora Merkel, si è richiamata nel suo discorso in quest’aula e per la riaffermazione dell’obbiettivo di giungere all’adozione del Trattato costituzionale.

Comunque possa definirsi la roadmap di cui oggi si parla, è importante che già si convenga sulla necessità che alle elezioni del 2009 si possa presentare ai cittadini il Trattato costituzionale entrato in vigore, con il suo messaggio e il suo programma.

Il mio vuol essere, partendo da ciò, un appello al senso di responsabilità e alla volontà politica di tutti coloro che hanno ruoli di guida nei nostri paesi. Nessuno ignora la portata delle nuove minacce, sfide e opportunità che sono dinanzi a noi. L’Europa potrà incidere sulle relazioni internazionali e sullo sviluppo globale, potrà ritrovare slancio e dinamismo e potrà contare nel mondo, solo se rafforzerà la propria coesione e unità, dotandosi rapidamente - come Unione - delle istituzioni e delle risorse necessarie. L’alternativa - dovremmo saperlo - è un drammatico declino del ruolo di tutti i nostri paesi, del ruolo storico del nostro continente. Lasciatemi ripetere le parole con cui Jean Monnet concluse le sue memorie nel 1976: “Non possiamo fermarci quando attorno a noi il mondo intero è in movimento”. Trent’anni dopo, quelle parole sono ancora più vere, suonano come un assillo a cui non si può più sfuggire.